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La prima questione che riguardò la Benecia nel dopoguerra fu quella del nuovo confine fra l'Italia e la Jugoslavia. Le proposte erano diverse, tutte basate sull'accordo che l'Italia avrebbe dovuto cedere alla Jugoslavia almeno una parte dei territori conquistati all' Austria nel 1918.
Il disaccordo fra le grandi potenze riguardava l'entità delle perdite. Americani e inglesi erano nettamente favorevoli all'Italia e avrebbero volentieri limitato al minimo le sue perdite territoriali. L’URSS invece appoggiava le richieste della Jugoslavia che chiedeva Trieste, Gorizia, la Benecia e la Valcanale, comprendendo nel suo territorio Cividale e Tarcento. La Francia parteggiava per una soluzione di mezzo: Trieste, Gorizia e la Benecia all'Italia l'Istria alla Jugoslavia. Venne istituita una commissione alleata perché si rendesse conto sul posto della volontà delle popolazioni. Non ci furono grandi novità rispetto alle previsioni, ma non mancò qualche incidente. Infine, alla conferenza di pace che si svolse a Parigi.
nel 1946, venne adottato un compromesso sulla base della proposta francese con alcune importanti modifiche. Trieste non venne assegnata né all'Italia né alla Jugoslavia e, con i comuni del Carso e il territorio di Capodistria, venne inclusa nel Territorio Libero di Trieste, una specie di staterello sottoposto all'amministrazione alleata. L 'idea non venne mai realizzata del tutto. Così il Territorio Libero di Trieste rimase in parte sotto l'amministrazione angloamericana, zona A, e in parte sotto quella jugoslava, zona B. Una soluzione venne trovata nel 1954 dopo una crisi nei rapporti italo-jugoslavi, con il Memorandum di Londra quando la zona A con Trieste venne affidata all' amministrazione Italiana. L'attesa diffusa della popolazione delle Valli del Natisone fu soddisfatta: la Benecia restava unita al Friuli e all'Italia.
Questo non fu senza problemi. Contro quanti avevano militato nell'esercito partigiano sloveno ci fu una campagna particolarmente violenta per opera della formazione nazionalista semilegale del cosidetto Corpo dei Volontari della Libertà.
In diversi casi dovette intervenire la giustizia, mentre diversi ex partigiani si videro costretti ad emigrare in Jugoslavia ed in altri paesi, accusati di tradimento e posti sotto processo e poi amnistiati molti anni dopo.
Una seconda vicenda rappresentò un nuovo dramma per le Valli del Natisone: fu quella dell'emigrazione di massa, un vero e proprio esodo prima verso i paesi europei, poi verso quelli extra-europei: Canada, Australia, Nuova Caledonia, Argentina, ecc.
Dagli anni cinquanta in poi venne dato un generale impulso alla viabilità stradale, in parte giustificato dalle aspirazioni turistiche, in parte dalle ragioni militari ed in parte dovuto anche alla politica dei lavori pubblici per favorire le imprese e l'occupazione. Nell'arco di dieci-quindici anni si raggiunsero risultati notevoli e molti paesi in quota, come Montefosca, Mersino, Montemaggiore, Masseris, ecc., poterono finalmente essere raggiunti dai mezzi motorizzati.
Il beneficio immediato fu il miglioramento dell'abitabilità e dei servizi. In campo scolastico si affrontò con decisione il problema linguistico, ma in senso contrario a quanto dettava la costituzione repubblicana. Si attuò una fitta rete di scuole materne, gestite dall'Opera Nazionale Italia Redenta. Esse provocarono un ulteriore abbandono della parlata slovena da parte dei bambini e da parte delle famiglie, dove l'uso dell'italiano con i bambini divenne generalizzato. Vennero costruite numerose scuole, ma il crollo demografico ne provocò qualche anno dopo la chiusura. Nel 1962 la scuola media divenne obbligatoria, con un indubbio beneficio per i ragazzi ai quali si apriva la strada degli studi superiori.
Nel 1950 venne fondato l'Istituto Professionale di Stato di San Pietro al Natisone, che qualificò muratori, falegnami e carpentieri. Nel 1975 Italia e Jugoslavia firmarono i trattati di Osimo. Con questi venivano firmati diversi accordi economici, sulle comunicazioni viarie e sulla tutela delle rispettive minoranze. Assieme a questo venne fissato definitivamente il confine fra i due stati e si superarono così le riserve sul trattato di pace del 1947 e del memorandum di Londra del 1954. L'ultimo dramma fu quello del terremoto. La sera del 6 maggio 1976, il Friuli venne scosso da un sommovimento tellurico che raggiunse il decimo grado della scala Mercalli. I danni nelle Valli del Natisone furono gravi.
Vi fu un generale movimento di solidarietà da varie regioni italiane, da paesi europei ed extraeuropei. Con i fondi degli USA, a San Pietro al Natisone fu costruito un nuovo collegio.
II parlamento italiano, sollecitato dai parlamentari friulani, trovò l'unità necessaria per approvare le leggi atte ad iniziare l'immane programma di ricostruzione. Venne fondato un Comitato di Coordinamento degli Aiuti. L'aiuto della Slovenia fu importante e qualificato. La volontà di sopravvivere alla sciagura mobilitò nuove energie. Alla ricostruzione degli abitati colpiti dal terremoto, seguì la fondazione di alcune aziende industriali a capitale misto, con una significativa anticipazione degli accordi di Osimo. Nel frattempo il Comune di San Pietro al Natisone e la Comunità Montana si impegnarono soprattutto nell'allestimento delle infrastrutture necessarie alle nuove attività economiche.
In questo fervore si verificò un mutamento politico di rilievo. Venne cioé realizzata in alcuni comuni la cosiddetta alternanza, ovvero la possibilità: che alla guida dei comuni giungessero schieramenti diversi. Ciò avvenne nel 1975 a Grimacco e a Savogna; nel 1980 a San Pietro al Natisone, nel 1983 a Drenchia. Questo portò ad un elevamento del livello del dibattito politico e a un generale miglioramento qualitativo di tutte le amministrazioni comunali, miglioramento imposto agli amministratori dalla necessità di misurarsi anche con problemi di carattere generale, fra cui quelli della cooperazione internazionale nelle aree di confine, del ruolo delle zone di montagna nella Regione e, non ultimo, della tutela della minoranza slovena.
Sul piano locale attualmente il dibattito amministrativo é rivolto sul miglioramento generale dei servizi nel Comune. É cioé allo studio il raccordo urbanistico fra i vari centri operanti, da quello produttivo a quello amministrativo, da quello scolastico a quello sanitario, da quello commerciale a quello ricreativo.
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